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L’ipermodernità è la nostra contemporaneità. Dopo la perdita delle metanarrazioni (patriottismo e ideologie politiche in primis) e della loro funzione mitopoietica, aspetti che hanno caratterizzato il postmodernismo, l’ipermodernità radicalizza il senso di perdita dell’Altro, dei rapporti interpersonali, assorbiti dal mondo tecnologico-virtuale.
Per morire bene bisogna aver vissuto bene. Ma cosa significa vivere e morire in un mondo dalle relazioni umane sempre più precarie? Sono ancora possibili delle forme simboliche per pensare la vita e la morte?
L’evanescenza dell’Altro provoca nel corpo un senso di spaesamento e nella mente un vuoto di senso. Tutto questo ostacola la facoltà di mentalizzare non solo il concetto del morire, ma anche quello del vivere. Infatti, se la morte è da sempre un tabù, quell’impensabile a cui le religioni cercano di fornire un significato, con l’ipermodernità anche la vita è resa tabù, gettando nell’impensabile i rapporti vitali con l’Altro.
Riccardo Marco Scognamiglio (psicoterapeuta, psicosomatologo e Direttore scientifico dell’Istituto di Psicosomatica Integrata di Milano) dialogherà con Michele Fortis (medico, psicosomatologo, Responsabile Polo Bergamasco dell’Istituto di Psicosomatica Integrata), cercando di affrontare, sulla base dell’esperienza clinica, temi di bordo come il senso del vivere e del morire oggi. Uno spaccato psicosociologico che interroga le figure della cura sul panorama culturale in cui emergono gli attuali quadri clinici.
